
Ingerire plastica blocca la digestione, danneggia i tessuti e introduce tossine nell'organismo; gli effetti osservati indicano l’urgenza di prevenire il problema agendo alla radice.
Panoramica
Negli ambienti marini la plastica viene spesso mangiata, non evitata. Le tartarughe scambiano i sacchetti per meduse; gli uccelli marini confondono frammenti di plastica per cibo e li trasferiscono ai loro piccoli; pesci e invertebrati ingeriscono microplastiche presenti nell’acqua e sul fondale.
Questo articolo spiega i meccanismi attraverso cui l’ingestione di plastica compromette la digestione e l’alimentazione, come le sostanze nocive si accumulano nel tempo e perché intervenire anche prima che i rifiuti arrivino in mare è fondamentale.
Un pasto fatale
Confusione alimentare
Molte specie marine si affidano alla vista e all’olfatto per nutrirsi. Sacchetti, pellicole e schiume di plastica possono essere scambiati per cibo: meduse per le tartarughe, uova di pesce per gli uccelli marini, particelle simili allo zooplancton per gli animali che filtrano l’acqua. In acque torbide o durante la notte, la forma e il contrasto visivo prevalgono sulla cautela, aumentando il rischio di ingestione. Una volta ingerita, la plastica può fermarsi nell’esofago o nello stomaco, irritare l’apparato digerente e occupare spazio che dovrebbe essere destinato al nutrimento. Il problema riguarda tutte le dimensioni: dai rifiuti più grandi, che possono causare ostruzioni, alle microplastiche, che attraversano l’organismo e interagiscono con tessuti e funzioni vitali.
Falsa sazietà
Frammenti rigidi, tappi, accendini e fili di plastica possono accumularsi nello stomaco e nell’intestino, formando masse che ostacolano la digestione. Gli animali avvertono una falsa sensazione di sazietà, ma senza ricevere l’energia necessaria, e scivolano progressivamente nella denutrizione. Anche quando il blocco non è completo, il passaggio del cibo rallenta e l’assorbimento di nutrienti e acqua diminuisce. Le superfici interne possono irritarsi o danneggiarsi, aumentando il rischio di infezioni. Animali indeboliti faticano a nuotare, immergersi, sfuggire ai predatori o affrontare le migrazioni. Su scala più ampia, questi effetti riducono la capacità di sopravvivenza e riproduzione: nelle colonie e nei banchi, il danno al singolo si riflette sull’equilibrio dell’intera popolazione.
Esposizione chimica
Le plastiche non sono materiali neutri: contengono additivi chimici — come plasticizzanti, stabilizzanti o ritardanti di fiamma — e, una volta in mare, tendono anche a trattenere altre sostanze inquinanti presenti nell’ambiente. Quando vengono ingerite, queste sostanze possono rilasciarsi durante il passaggio nel tratto digestivo e trasferirsi ai tessuti degli animali, aumentando il carico chimico complessivo dell’organismo. L’entità del trasferimento varia in base al tipo di plastica, alle dimensioni dei frammenti e alle condizioni interne dell’animale, ma il meccanismo è chiaro: ingerire plastica significa aumentare l’esposizione a composti potenzialmente dannosi. Questi effetti sono particolarmente critici nelle fasi più delicate della vita — uova, larve e individui giovani — dove anche piccole alterazioni possono influenzare crescita, sviluppo e capacità di sopravvivenza.
Dispendio energetico
Quando l’apparato digerente è compromesso, trovare cibo richiede più tempo ed energia. Anche senza causare la morte immediata, l’ingestione di plastica rallenta la crescita e indebolisce gli animali, modificando il modo in cui nuotano, dove si alimentano e come interagiscono con i predatori. Negli uccelli marini, il rigurgito frequente di plastica ai pulcini riduce l’apporto di prede realmente nutrienti. Nei pesci, la presenza di microplastiche nell’intestino porta a passare più tempo alla ricerca di cibo per compensare, aumentando però l’esposizione ad altri pericoli. Nel lungo periodo, questo maggiore dispendio energetico riduce le possibilità di sopravvivenza del singolo e, sommando gli effetti su molti individui, indebolisce la capacità di adattamento delle popolazioni.
Fasi vitali a rischio
Le fasi iniziali della vita si svolgono spesso in aree costiere, estuari, baie, zone riparate — dove i rifiuti marini tendono a concentrarsi. Uova e larve sono particolarmente sensibili sia agli stress fisici sia a quelli chimici, mentre gli individui giovani, esplorando l’ambiente, ingeriscono più facilmente frammenti di plastica. Nelle specie più longeve, questi rischi non si esauriscono nel breve periodo ma si accumulano nel corso degli anni. Sul fondale, le microplastiche mescolate ai sedimenti vengono ingerite dagli organismi che si nutrono di detriti e risalgono poi la catena alimentare. In mare aperto, frammenti e fibre galleggianti vengono assunti da filtratori e specie che si nutrono di plancton. Le vie di esposizione cambiano, ma l’esito converge: una compromissione progressiva della salute degli organismi e degli equilibri ecologici.
La risposta sul campo di Ogyre
La plastica ingerita e le microplastiche non restano confinate a un singolo organismo, ma attraversano le reti trofiche marine. Ciò che inizia con il plancton o i piccoli pesci può risalire la catena alimentare, fino ad arrivare anche sulle nostre tavole. Ogyre agisce su due fronti complementari: in mare, grazie al coinvolgimento di pescatori locali che recuperano i rifiuti presenti in acqua durante le attività di pesca, e lungo le aree costiere, dove i rifiuti ocean-bound vengono intercettati prima che possano disperdersi negli ambienti marini. Intervenire prima che la plastica entri in mare significa proteggere gli ecosistemi, le catene alimentari e, in ultima analisi, anche noi.
La prevenzione deve partire a monte
L’ingestione di plastica non è un evento accidentale, ma una conseguenza prevedibile della sua diffusione negli ambienti in cui gli animali si nutrono e interagiscono con l’ecosistema. I meccanismi sono noti: la plastica viene scambiata per prede, provoca ostruzioni, introduce sostanze nocive e aumenta il dispendio energetico, con effetti che partono dal singolo organismo e si riflettono su intere popolazioni. Per questo, è necessario rimuovere i rifiuti direttamente dal mare, ma anche agire sulla prevenzione, intervenendo sui rifiuti prima che si disperdano. Recupero in acqua, intercettazione lungo le aree costiere e una gestione responsabile del fine vita, supportati da sistemi di tracciabilità trasparenti, riducono il rischio che i rifiuti danneggino l'ecosistema marino e la biodiversità che lo abita, contribuendo a preservare la capacità dell’Oceano di sostenere la vita.
Fonti
- COREPLA (2023), Report 2023 link
- European Environment Agency – EEA (2020), Plastics, the Circular Economy and Europe’s Environment – A Priority for Action link
- European Environment Agency – EEA (2023), Plastics and biodiversity – Impacts of plastics on biodiversity and ecosystems link
- FAO (2021), Seabed Sources of Marine Litter link
- OECD (2022), Global Plastics Outlook link
- Ogyre (2025), Ogyre Code of Conduct link
- Ogyre (2025), Ogyre Protocol link
- UNEP/MAP – Plan Bleu (2019), Socioeconomic Analysis of Marine Litter Key Best Practices to Prevent/Reduce Single Use of Plastic Bags and Bottles link
- United Nations Environment Programme – UNEP (2024), Global Waste Management Outlook 2024 link
- United Nations Environment Programme – UNEP (2023), Turning off the Tap: How the world can end plastic pollution and create a circular economy link
- Winterstetter A., Veiga J.M., Sholokhova A., Šubelj G. (2023), Country-specific Assessment of Mismanaged Plastic Packaging Waste as a Main Contributor to Marine Litter in Europe link
- WWF (2021), Fiumi, la minaccia arriva da insetticidi e plastica link
- WWF (2022), Impacts of Plastic Pollution in the Oceans on Marine Species, Biodiversity and Ecosystems link
- WWF (2018), Mediterraneo in trappola. Come salvare il mare dalla plastica link
- WWF (2021), Plastic Crediting and Plastic Neutrality. WWF Position Paper link
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