
Definizione e composizione dei rifiuti marini: materiali, polimeri e accumuli dal litorale ai fondali, con implicazioni per il recupero.
Panoramica
I rifiuti marini non sono un concetto generico: si tratta di materiali solidi di origine industriale o artigianale che finiscono scartati, dispersi o abbandonati negli ambienti marini, sia in mare aperto sia lungo le coste. La maggior parte proviene da terra e viene trasportata da piogge, corsi d’acqua, vento o perdite dirette in mare. Le modalità di dispersione "selezionano" i materiali in base a galleggiabilità, forma e resistenza: alcuni restano intrappolati sulle spiagge, altri galleggiano in superficie, si mantengono in sospensione o si depositano sui fondali. Comprendere cosa rientra tra i rifiuti marini e da quali componenti sono formati è il punto di partenza per definire strategie di prevenzione, intercettazione e recupero.
Quali sono i rifiuti marini e perché contano
Definizione
I rifiuti marini comprendono tutti i materiali solidi persistenti, di origine industriale o artigianale, che finiscono negli ambienti marini per perdite dirette in mare o indirette da terra. Restano esclusi elementi naturali come conchiglie o legni e i materiali liquidi. Ne fanno parte invece imballaggi, beni di consumo, pellet industriali, residui da costruzione e attrezzature da pesca. Una definizione chiara e condivisa permette di rendere i monitoraggi confrontabili nel tempo e nei diversi luoghi, e diventa la base per strategie di prevenzione efficaci.
Materiali
Nelle indagini costiere le plastiche risultano quasi sempre prevalenti: la loro diffusione dipende dall’elevata produzione, dalla bassa densità del materiale e dalla lunga durata. Accanto ad esse compaiono anche altri materiali, come gomma (frammenti elastomerici, pneumatici, guanti), metalli (lattine, fili, lamiere), vetro e ceramica (bottiglie, schegge), tessili (fibre sintetiche, corde, reti, ma anche fibre naturali se trattate), legno e carta lavorati (legno trattato, compositi) e laminati o schiume multistrato. La distribuzione varia a seconda dei contesti: le plastiche leggere si concentrano sulle linee di battigia e in superficie, mentre vetro, metalli e alcune gomme tendono ad accumularsi sul fondale. Tessili e attrezzature da pesca si ritrovano invece in tutti i comparti, perché il fouling (la crescita di organismi) ne aumenta progressivamente il peso.
Dimensioni
La dimensione degli oggetti ne determina il trasporto e l’esposizione, e si distingue in quattro categorie principali:
- Macroplastiche (> 25 mm): bottiglie, cassette, sacchetti, cime e reti; causano intrappolamento e ingestione da parte della grande fauna.
- Mesoplastiche (≈ 5–25 mm): derivano in genere dalla rottura di oggetti più grandi.
- Microplastiche (< 5 mm): originano come particelle primarie (pellet, polveri industriali) e come frammenti secondari prodotti da stress meccanico, raggi UV e ossidazione.
- Nanoplastiche (< 1 µm): risultano da ulteriore degradazione e richiedono metodi analitici avanzati; la loro distribuzione è ancora poco quantificata.
Polimeri
Alcune plastiche sono leggere e galleggiano, altre affondano. Per esempio, polietilene (PE) e polipropilene (PP)—materiali di sacchetti, film e tappi—di solito restano in superficie. Le bottiglie in PET e i prodotti in PVC sono più pesanti: possono galleggiare se sigillati ma spesso affondano. Il polistirene (PS, inclusi le schiume) si frantuma facilmente in molti pezzi. Nylon e poliestere, comuni in cime, reti e abbigliamento, rilasciano microfibre e possono galleggiare o affondare a seconda delle condizioni. Con il tempo, tutte le plastiche cambiano: gli additivi possono fuoriuscire e le superfici diventano ruvide, intrappolando inquinanti e metalli e trasformando ogni frammento in un vettore di altre sostanze.
Dove si accumulano
Aree costiere. Le spiagge funzionano come zone di intercettazione naturale per i rifiuti trasportati da vento e acque. Lungo la linea di battigia si accumulano imballaggi leggeri, mozziconi di sigaretta, schiume e frammenti legati alle attività di pesca. Le spiagge urbane mostrano una maggiore presenza di rifiuti monouso e sanitari, mentre quelle rurali raccolgono soprattutto attrezzi, cavi e oggetti voluminosi.
Superficie e colonna d’acqua. Plastiche galleggianti e materiali espansi tendono a concentrarsi lungo in punti di convergenza generati da vento e correnti. Fibre e frammenti più densi restano invece sospesi nella colonna d’acqua, trasportati dai movimenti turbolenti dell’acqua e dai carichi fluviali.
Fondale. Materiali pesanti e plastiche colonizzate (ricoperte da organismi) si depositano nelle aree a bassa energia o in zone depresse. Rilievi e indagini documentano spesso la presenza di cavi, reti, nasse e rifiuti ingombranti sui fondali poco profondi. Canyon sottomarini e bacini di sedimantazione intrappolano i rifiuti in zone non immediatamente visibili, rendendone il recupero più complesso.
Impatti
La composizione dei rifiuti determina direttamente i loro impatti. Cime, lenze e reti possono intrappolare gli animali, limitandone il movimento, l’alimentazione e la respirazione; le attrezzature fantasma continuano a catturare organismi anche dopo essere state disperse. Film plastici e schiume possono essere scambiati per prede, i frammenti rigidi provocano lesioni all’apparato digerente e le microplastiche si accumulano negli organismi filtratori o in quelli che si nutrono di sedimenti. Gli oggetti voluminosi soffocano gli gli habitat del fondale, mentre i rifiuti galleggianti facilitano il trasporto di specie invasive. Fibre e frammenti aumentano il carico di particelle nei sedimenti, alterando l’ossigenazione dei sedimenti. Questi meccanismi mostrano perché è essenziale intervenire sia alla fonte sia lungo i percorsi di dispersione.
Il ruolo di Ogyre
I rifiuti marini persistono perché seguono traiettorie diverse: gli oggetti voluminosi tendono ad affondare e accumularsi, mentre imballaggi leggeri e schiume possono restare in circolazione a lungo prima di essere intercettati. Per questo servono interventi complementari: il recupero coordinato in mare e l’intercettazione lungo le aree costiere.
Ogyre opera su entrambi i fronti. In Italia, Brasile e Indonesia, i pescatori raccolgono rifiuti galleggianti direttamente in mare. In Senegal, invece, il recupero avviene sul fondale grazie a sub certificati che rimuovono i materiali già affondati. Lungo le aree costiere di Brasile e Indonesia, le attività si concentrano anche sull’intercettazione dei rifiuti ocean-bound prima che raggiungano il mare, riducendo nuovi ingressi negli ambienti marini.
I materiali raccolti vengono infine conferiti a cooperative certificate, che ne garantiscono la selezione, il riciclo quando possibile e uno smaltimento responsabile. In questo modo, il recupero non resta un’azione isolata, ma diventa parte di un ciclo che collega la raccolta a un fine vita sostenibile.
Dalla classificazione all’azione
Una classificazione operativa mette in relazione definizione, materiali e dimensioni con il loro destino e i relativi impatti. Le plastiche restano le più numerose, ma anche metalli, vetro, gomma, tessili e materiali compositi meritano attenzione. Riconoscere questa varietà permette di mantenere il focus sui rifiuti marini come un insieme persistente di rifiuti che richiede monitoraggio, prevenzione e recupero coordinati in tutte le sue forme.
Fonti
- European Environment Agency – EEA (2020), Plastics, the Circular Economy and Europe’s Environment – A Priority for Action link
- FAO (2021), Seabed Sources of Marine Litter link
- OECD (2022), Global Plastics Outlook link
- United Nations Environment Programme – UNEP (2024), Global Waste Management Outlook 2024 link
- United Nations Environment Programme – UNEP (2016), Marine Plastic Debris and Microplastics: Global Lessons and Research to Inspire Action and Guide Policy Change link
- WWF (2020), Stop Ghost Gear. The Most Deadly Form of Marine Plastic Debris link
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